vogue arabia gigi hadid
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Il velo in passerella, davvero significa tornare indietro?

Se avete seguito un po’ le sfilate, soprattutto relative alla ultima Milano Fashion Week, avrete notato la presenza non solo della prima modella musulmana con velo, ma anche che questo indumento sia stato proposto da più di uno stilista.

Che il hijab venga proposto in collezioni ad hoc, non è una novità, spesso è stato visto nelle collezioni Cruise – di cui la maggior parte degli acquirenti sono da ricercare negli Emirati Arabi, e anche in quel caso aveva fatto discutere, soprattutto quella proposta da Dolce&Gabbana. Il fatto che invece venga proposto sulle passerelle di pret-a-porter dove solitamente prendiamo appunti per le tendenze che verranno, ha indispettito molti. L’accusa principale è: davvero vogliamo indossare qualcosa che limiti la nostra libertà? ma soprattutto renderlo normale.

Facciamo un passo indietro.

Rimane un dato storico incontrovertibile che l’uso del velo non sia una pratica esclusivamente e specificamente musulmana, ma semmai araba e anteriore all’Islam, diffusa anche in varie altre culture e religioni, tra le quali il Cristianesimo orientale e in generale il mondo bizantino. Il suo scopo principale era quello di segnalare le differenze sociali, indicare le donne che dovevano essere oggetto di un particolare rispetto, e spesso marcare la differenza tra sacro e profano.

Dunque. Occorre distinguere tra burqa, nijab e hijab, quest’ultimo è quello che ha indossato la modella musulmana Halima Aden, 19enne americana di origini somale che ha potuto calcare la passerella con il velo e non solo, ha partecipato a Miss Minnesota indossando il burkini. Ora è nella stessa agenzia di modelle di Gigi Hadid e Kendall Jenner, ma il primo a volerla in passerella è stato Kanye West per la sfilata Yeezy Season 5. Il rapper-stilista da sempre ha fatto sfilare modelli multirazziali ai suoi show.

vogue arabia gigi hadid

Mi è capitato di leggere commenti qua e là su questa novità del velo in passerella, sia per la modella che, in generale, come proposta delle collezioni e in molti hanno letto in questa scelta un messaggio di apertura verso la chiusura. Mi spiego, invece di andare avanti e raccontare la libertà, c’è la sensazione di tornare indietro a indumenti che hanno significati di forte limitazione per le donne.

Questo può essere in parte vero, se guardiamo alle sfilate non da buyer e neanche come stilisti, ma semplicemente come occidentali. La nostra cultura e modo di vivere, sembra lontana anni luce da questo tipo di usanze e ci sentiamo confusi di fronte alla scelta di “normalizzare” questi comportamenti che siano religiosi o culturali poco importa. In realtà, se solo guardassimo più da vicino alla nostra storia, ci renderemmo conto di quanto il tema dell’uguaglianza maschile e femminile, sia una battaglia che ancora stiamo combattendo, anche senza velo. Senza contare i femminicidi, basti solo pensare alla legge che prevedeva il delitto d’onore, in vigore fino a venti anni fa. Venti non duecento. Senza dimenticare che vigeva l’istituto del “matrimonio riparatore”, che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale nel caso che lo stupratore di una minorenne accondiscendesse a sposarla, salvando l’onore della famiglia.

In Italia, sino alla fine del XX secolo, la commissione di un delitto perpetrato al fine di salvaguardare l’onore (ad esempio l’uccisione della coniuge adultera o dell’amante di questa o di entrambi) era sanzionata con pene attenuate rispetto all’analogo delitto di diverso movente, poiché si riconosceva che l’offesa all’onore arrecata da una condotta “disonorevole” valeva di gravissima provocazione, e la riparazione dell’onore non causava riprovazione sociale.

Non solo. Forse alcuni di voi ricorderanno i Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini che nel 1963 realizzò con Alfredo Bini un’inchiesta sulle abitudini sessuali degli italiani e sulla disparità di genere. Le risposte che raccolse, possiamo immaginarle e se rivedete i video o ne leggete il libro tratto, vi renderete conto di quanto siano purtroppo ancora attuali.

Pertanto, dovremmo imparare ad aprire la nostra mente e ad includere la diversità, o perlomeno quella che noi reputiamo tale e provare a vedere, oltre il velo, anche le limitazioni che sono parte della nostra cultura e che a volte dimentichiamo. Le tante battaglie che ancora adesso combattiamo per la parità di donne, mogli e madri, ma anche lavoratrici.

In un momento storico come questo, in cui vengono alzati muri per paura di ciò che non riusciamo a gestire e a comprendere, pensando sia la soluzione più rapida, non ci rendiamo conto che è solo un tranello, quello di non includere il diverso da noi. Oltremodo, la moda non è solo quello che ci va di vedere, ma anche termometro dei tempi che viviamo, di quello che gli stilisti avvertono e da cui vengono influenzati e non dimentichiamo che è anche mercato, ovvero lì dove arrivano maggiori richieste e acquisti e tra questi paesi ci sono senza dubbio quelli degli Emirati Arabi. Il tema è molto vasto, ho voluto solo accennarlo perché questo aspetto delle ultime collezioni, più di altre, mi aveva portato a riflettere sullo zeitgeist dei nostri tempi, mi piacerebbe sapere la vostra opinione al riguardo. Davvero è il velo il problema?

Ps: mentre scrivo questo post mi arriva una notifica di un articolo: sulla cover di Vogue Arabia, al suo primo numero, c’è Gigi Hadid con un prezioso velo ricamato. La top ha condiviso lo scatto su Instagram commentando: “Avendo origini palestinesi, è un grandissimo onore per me essere sulla prima copertina di Vogue Arabia”. Insomma, la libertà di rispettare le tradizioni di un Paese, o un limite anche in questo caso imposto ad una modella per la copertina di un giornale arabo?

Scrivetemi un commento o un messaggio sulla mia pagina Facebook, trovate i link in homepage.

 

Alcuni dei video di Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini

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