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Il documentario su Avicii di Netflix racconta la storia di un talento e il lato brutto del successo

Lo ammetto prima della morte di Avicii non sapevo molto di lui, a parte le due canzoni passatissime per radio e non conoscevo neanche il suo volto e neanche che si chiamasse Tim Bergling. Non ero una fan insomma, e non lo sono neanche ora che è tragicamente scomparso, ma non ho potuto fare a meno di chiedermi chi fosse questo ragazzo che a soli 28 anni si era spento in Omar, con cause ancora da spiegare.

E così, per caso, mi sono imbattuta del documentario trasmesso da Netflix “Avicii: True Stories” e mi sono resa conto di quanto la storia di Tim fosse incredibilmente dolorosa, seppur piena di incredibili traguardi. Dolorosa perché Avicii ha avuto un successo planetario, ma sin dall’inizio ha avuto difficoltà nel gestirlo, perché la sua capacità di fare musica, il suo talento e di conseguenza la popolarità, non si sposavano con il suo fisico esile, la sua salute vacillante, gli attacchi di ansia e di panico, che lo hanno portato a trovare coraggio in qualche bicchiere di troppo che gli è costato caro.

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Avicii ha avuto una pancreatite ed è stato “curato” con antidolorifici che sono vere e proprie droghe. La sua voglia di continuare a suonare, fare concerti, vivere la vita che stava vivendo, non gli hanno dato la possibilità di recuperare. Le pressioni del manager e dell’etichetta discografica, quelle che lui stesso si imponeva: un perfezionista, un gran lavoratore, come emerge dal documentario. Un ragazzo per niente interessato al successo, né ai soldi, ma solo a quello che faceva con la musica. Una passione che lo lasciava senza energie, incapace di rinunciare ai concerti, alle tournée, a produrre un nuovo album, nonostante il fisico e la sua mente gli dicessero di fermarsi totalmente. Ad un certo punto lo ha fatto, ma forse era troppo tardi per recuperare.

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Mi fa strano vedere il suo ultimo post su Instagram che risale al 4 aprile e pensare a come sia successo che questo ragazzo sia stato letteralmente ucciso da quello che amava fare di più. Se avete visto anche voi il documentario, lasciatemi la vostra opinione o la sensazione che avete avuto sulla storia di Avicii. Talento e successo non vogliono per forza dire felicità, se alla fine ti ritrovi solo con i tuoi fantasmi e con accanto avvoltoi pronti a sfruttarti, nonostante le tue evidenti fragilità. Questo non ce lo racconta solo la storia di Avicii, ma molte altre di personaggi che ci hanno lasciati troppo presto, perché amati per il loro talento, ma incompresi come persone. Oggi ascoltare i suoi due album True e Stories ha un sapore dolce amaro.

 

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